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Cronache di una Città avvolta nella Nebbia di Alessandro Mazzeo
Cosa succede quando si smette di sognare? Quando il luccichio caratteristico degli occhi di un bambino inizia a sfumare fino a scomparire del tutto?   Sarà anche la nebbia una caratteristica della Lomellina, ma io l’ho sempre detestata; non è altro che una sottile patina di grigio che senza fretta, senza rincorrere nessuno, avvolge ogni cosa,  fino a ricoprirla totalmente con un manto inamovibile, silenzioso.  E questa città  non è certo la fortunata eccezione a tale regola. Da piccoli è tutto decisamente più facile. E sì, lo so, può sembrare la solita frase fatta, ma sicuramente non si è ancora sviluppato il così detto “mal di vivere” caratteristico dell’età adolescenziale;  l’odio nei confronti della propria esistenza, il  ribrezzo per la propria immagine e il tanto celebre e diffuso slang “mai una gioia” sono solo alcuni (ed efficaci) esempi di come il teenager medio consideri quelli che dovrebbero essere gli anni più belli della propria vita. O quanto meno su carta.  In un momento critico quale è questa età di passaggio, la perdita di valori può avere conseguenze a dir poco drastiche in un futuro neanche poi così tanto remoto. Che i genitori siano uno più stordito dell’altro non è che uno dei tanti must caratteristici di questa fase ribelle; ma allora, dov’è possibile trovare risposte a quelle domande che ci tengono svegli la notte? Quelle  che ci corrodono dentro per cui passiamo le ore a fissare il soffitto? Tolti i parenti e, per ovvie ragioni, gli oratori, le possibili risposte a tale quesito calano drasticamente. C’è chi, particolarmente dotato, decide di dedicare la propria vita allo sport, rendendo la palestra quasi una seconda casa, un tempio in cui è possibile dimenticarsi momentaneamente di quella stretta allo stomaco causa del già citato “mal di vivere”. Altri invece, esemplari decisamente più rari, si aggrappano agli studi scolastici oppure a una specifica passione, riversando frustrazioni e delusioni  nella speranza di un domani migliore, gratificato dal proprio impegno . E tutti gli altri? Beh, la maggior parte dei ragazzi di questa città appartiene alla categoria dei rassegnati, che ne siano consapevoli o meno. Li riconosci perché sono estremamente abitudinari: stessi posti frequentati regolarmente con gli stessi amici da una vita intera, stessi vestiti e stessi gusti musicali/cinematografici. Gli insegnanti li etichettano sotto la cartella “sei meno meno”, quel gruppo di poveri disgraziati pieni di potenzialità inespresse, che sì, forse alcuni davvero talentuosi, ma mai abbastanza furbi da mettere in pratica determinate capacità. D’altronde, cosa vuoi che importi loro di quante mogli ebbe Enrico ottavo o del teorema Tal dei Tali capace di risolvere l’ennesima equazione distante anni luce dalla vita vera? Avete una vaga idea di dove sfoci tutta questa rassegnazione? In sigarette e alcol per i più fortunati, in altro per chi cerca di fuggire il più lontano possibile da questa situazione.  Ma come ho giù detto prima, questa è la città avvolta dalla nebbia, dove ogni grido d’aiuto viene soffocato dall’impassibilità e dal silenzio.  Nel corso della mia vita (purtroppo o per fortuna) ho avuto la possibilità di vedere coi miei stessi occhi, provare sula mia pelle, cosa voglia dire appartenere a ognuno dei gruppi descritti in precedenza. Sono passato da avere degli ideali, dal lottare con tutte le mie forze per raggiungere un determinato obbiettivo, all’indossare la maschera della noncuranza  per nascondere delusioni e cicatrici ancora non del tutto rimarginate. Quante volte ho visto un “fra” farla su col sorriso stampato in faccia quando invece  avevo la certezza che bruciasse quei fiori con il solo scopo di dimenticare una brutta giornata, di allentare quella famosa stretta allo stomaco.  Essere fratelli non vuol dire ostentare rapporti di eterna amicizia, ma semplicemente riconoscere di essere tutti figli delle stesse paure, uniti dalle stesse disgrazie e rafforzati dallo stesso dolore. Perché un rassegnato sa riconoscere al volo un suo simile. Vivendo per le strade di Vige (così la chiamano gli “addetti al mestiere”) ho imparato il valore dell’omertà in determinati casi, il prezzo del silenzio in altri. Se scrivo tutto ciò non è per la presunzione che un solo articolo di uno studente cambi le cose. Lo faccio invece con la speranza che faccia una singola, minuscola breccia nella nebbia di questa città. Che riporti un luccichio negli occhi di chi si è scordato cosa voglia dire sognare. 
Laura Magarini 16-12-2018 09:59:57
Articolo molto bello. Grazie. Si parte dal sogno, che se esiste è già buona cosa. Se il luccichio che cera non è stato accompagnato dalla iniziativa o dalla follia di metterlo in pratica, allora è inutile sognare.
Laura 08-12-2018 22:52:29
Grazie per la bella iniziativa
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